Canalizzazione del 22/09/2018
Teresa
Com’è stata difficile e pesante la mia vita!
La cosa di cui ho sentito di più la mancanza è stato non poter comunicare con gli altri davvero.
La mia famiglia di origine era così povera che nemmeno i pensieri si azzardavano a pensare dalla paura di doverli pagare.
Si pensava ogni giorno a come poter fare per mangiare e quello che mangiava di più si sentiva in colpa nei confronti degli altri se sottraeva un po’ della loro parte di cibo.
Poi da ragazzi io e mio fratello più piccolo abbiamo preso una nave e siamo andati via.
E’ stata una decisione veloce, lui mi ha detto :”Vuoi venire?”. Non gli ho nemmeno chiesto dove, ogni posto era un tentavo migliore di quello dove stavamo allora.
Erano gli anni ’50, avevo 18 anni e mio fratello 16 e dopo giorni eterni di navigazione siamo sbarcati dall’altro capi del mondo in un paese che non sapevo nemmeno esistesse.
Abbiamo chiesto ad un prete se c’erano lavori che potevamo fare ed un posto dove stare, non era un prete cattolico, era un pastore anglicano, ma ci ha aiutati lo stesso.
Mio fratello è andato in una fabbrica di attrezzature per l’agricoltura e io sono andata in una tavola calda e siccome non sapevo la lingua mi hanno mandato in cucina dove per lo più facevo panini spalmando di burro centinaia di fette di pane al giorno e le pulizie che per fare quello non serviva parlare con nessuno.
Io preferivo stare zitta, per capire le persone mi bastava un loro sguardo, mi bastavano i gesti, il tono della voce.
Lì passavano tanti uomini che venivano a mangiare, la mattina prima del lavoro a fare colazione, poi qualcuno a pranzo, oppure si facevano fare un sandwich da portare via e poi in generale tornavano la sera per la cena.
Molti di loro bevevano alcoolici e birra a fiumi e si ubriacavano, allora bisognava stare attente ed evitarli.
Io per foruna avevo sempre vicino mio fratello e in poco tempo si era sparsa la voce che ero una brava ragazza italiana, allora mi lasciavano stare.
Ho imparato presto a fare il club-sandwich, il bacon croccante, le uova strapazzate ed i fagioli in umido e fiumi di caffè lungo come l’Isonzo, ma i lavoratori per lo più operai e pescatori quello volevano da mangiare a colazione e spesso anche a cena perchè non erano così ricchi da poter pagare per una bella bistecca o per lo stufato di agnello.
C’erano anche tante mucche e pecore, ma c’era un solo formaggio che chiamavano cheddar, era di un giallo molto intenso e lo facevamo a fettine per metterlo nei sandwich oppure sopra le uova, o anche sopra le bistecche macinate che mettevamo dentro ai panini di quelli più affamati.
Era tutto semplice, era tutto sempre uguale, a parte le persone, infatti era pieno di gente che arrivava da ogni parte della terra, in un posto così lontano che ognuno poteva portare qualcosa del proprio mondo e farlo diventare un pezzetto del mondo nuovo di tutti gli altri.
Il ricordo più bello che ho è quello del mare, le spiagge di sabbia bianca mi ricordavano quelle della mia regione in Italia, ma qui il mare non era una laguna, il mare era un oceano, il mare era infinito, era un orizzonte che non potevi definire tutto nemmeno con lo sguardo.
Poco a poco ho imparato anche io la lingua del posto, semplicemente, per lo più ad orecchio, ma mi bastava perchè io parlavo poco.
Ogni tanto con mio fratello ci chiedevamo cosa ci avrebbe riservato il futuro, ma io per me non pensavo a nulla di importante, mi sembrava di avere sempre un fardello sul cuore dal giorno della mia nascita e anche se alcuni giorni erano più sereni, il senso di pesantezza non è mai andato via del tutto dalla mia vita.
Però in quel nuovo paradiso terrestre mi sentivo più al sicuro, mangiavo bene ogni giorno, vedevo tanta gente venuta da terre lontane, da ogni parte del pianeta, ritrovavo la speranza nel domani, avevo nuovi sogni e nuovi progetti in cui credere.
Questa nuova aria che respiravo ogni giorni, così nuova e diversa, leggera, tiepida e frizzante a poco a poco ha contagiato anche me.
Sono diventata più allegra e fiduciosa, quasi spensierata.
Ho cominciato a rispondere ai ragazzi carini che mi rivolgevano la parola, son diventata un po’ più sicura di me stessa e anche a lavorare i padroni mi hanno dato in mano la cucina. Ormai avevo imparato bene la maggior parte delle ricette.
Lì la cucina era più semplice che nella mia regione in Italia, ma per me non era un problema perchè eravamo tanto poveri che le cose buone del mio paese non le avevo mai mangiate. Ne sentivo parlare da altri e a volte sentivo i profumi quando c’erano le sagre di paese. Profumi che erano più buoni di quelli di casa mia, come quello delle castagne arrosto o delle pere essiccate.
A casa mia tutto aveva l’odore della fuliggine ed il sapore stantio della povertà delle famiglie numerose che avevano un pezzetto di terra in un posto così impervio, freddo, sassoso da non dar loro frutti a sufficienza per sfamare tutta la famiglia.
In 18 anni non avevo mai magiato una fetta di prosciutto di San Daniele, piuttosto a casa mia si mangiava il lardo, i kipferl di patate fritti nello strutto e qualche volta se c’erano ancora delle mele o pere essiccate le grattugiavamo, diventavano come zucchero e così i kipfel li potevamo mangiare dolci e poi polenta, tanta polenta con latte e castagne.
Quando tornavo da scuola facevo la strada per il bosco, a volte ero fortunata e riuscivo a trovare dei funghi e dei mirtilli, delle fragoline di bosco e poi mele e pere o nocciole selvatiche, more di rovo, anche le ortiche andavano bene a fine aprile o maggio quando le foglie erano ancora tenere e chiare.
Adesso però non sentivo più questo perenne nodo allo stomaco, come un crampo continuo che mi faceva capire la mia povertà anche quando la mia testa sognava un mondo di abbondanza.
Qui nel nuovo mondo avevo trovato anche di più di quanto potevo mai immaginare prima di partire.
Due anni più tardi ho conosciuto un ragazzo mingherlino dal nome strano e dagli occhi neri come la pece.
Io mi ero irrobustita, ero una ragazza mora e florida, poco più alta di lui e decisamente prosperosa. Eppure nonostante la disparità fisica il suo sguardo profondo mi dava sicurezza e anche lui come me parlava poco, ci capivamo coi gesti e con gli sguardi: questo pensavo allora, ma col tempo ho capito che eravamo due pianeti paralleli le cui orbite non si sarebbero mai incrociate veramente.
E’ stato comunque bello sposarsi, avere dei figli, una casa tutta nostra, assaporare la sicurezza della nostra posizione nella società del nuovo mondo che stavamo costruendo anche noi con le nostre vite.
Ho avuto 4 figli, 3 femmine ed un maschio, sono riuscita a farli studiare tutti, ognuno seguendo quello che voleva fare.
Io e mio marito invece abbiamo aperto una caffetteria tutta nostra, io col tempo ho imparato bene il mestriere e lui, che al suo paese era un militare, non voleva più imbracciare le armi ed è stato ben felice di mettersi a fare il barista, rifocillare i clienti e ascoltare gli spezzoni della loro vita che ogni giorno raccontavano.
Così è passata la mia vita e finchè i miei figli erano piccoli non mi sono mai accorta di quanto poco parlavamo di noi, di quello che sentivamo.
Un giorno, non so nemmeno più per quale motivo mi sono accorta che le mie figlie erano gelose ed invidiose una dell’altra, non volevano condividere nulla ed ogni piccola cosa era un pretesto per cui litigare ogni giorno.
Il mio figlio maschio era un ragazzo tranquillo, silenzioso ed ombroso.
Andava d’accordo solo con la mia secondogenita, forse perchè entrambi passavano periodi in famiglia di mutismo assoluto.
Ho capito che anche l’esempio che avevamo dato loro io e mio marito li aveva fatti diventare così. Noi non ci parlavamo mai se non per discutere di cose pratiche. Non ci siamo mai abbracciati o baciati in pubblico, non ci siamo mai scambiati gesti carini, ne’ parole gentili.
Quelle poche volte che abbiamo litigato mio marito alzava la voce ed urlava, poi usciva sbattendo la porta e io piangevo senza reagire più di tanto e credevo davvero con tutto il cuore che fosse il modo giusto di comportarsi: un bel pianto e passava tutto!
Mio marito è morto prima di me, non abbiamo avuto nipotini e non abbiamo nemmeno imparato a parlarci, ma ho fatto quello che potevo e son morta con la coscienza tranquilla.
Ho preso consapevolezza con la morte che tutto questo mi aveva portato ad una solitudine interiore infinita, ma ormai era troppo tardi….
Per un po’ ho vagato senza corpo, non so per quanto, qui il tempo non esiste!
Ho esplorato il mio nuovo mondo, ho accarezzato con tutto il cuore le persone care che ho lasciato e poi ho fatto un giro anche nel paese dove sono nata appena in tempo per accorgermi che stavi per perdere uno degli orecchini che la mia secondogenita ti aveva regalato.
Chissà perchè li portavi con te visto che non te li metti mai?!
Era un’occasione unica ed è stato bello farti girare lo sguardo verso terra con una carezza invisibile e catturare coi tuoi occhi l’immagine di quel piccolo pezzettino di oro e madreperla del nuovo mondo che ci legherà per sempre anche se non ci siamo mai conosciute.