Canalizzazione del 11/09/2019
MARIA
Come sei lontana…tienimi la mano! E in un secondo non ti vedo più….
Pensavo di ingannare la morte tenendo la tua giovane mano avvinghiata alla mia, ma il corpo rimane mentre l’anima vola via.
Non ero stanca di vivere anche se mi sentivo molto vecchia.
Ho messo insieme tanti giorni tutti uguali per tanti anni, ma ho vissuto bene, senza fatica, senza responsabilità. Ho pensato prima a me: è quanto basta!
Eravamo molto poveri.
Quando ero bambina avevo solo un vestitino bianco di cotone e una sottoveste che agganciavo in mezzo alle coscie con una spilla al posto delle mutande.
Poi d’inverno mettevo delle ruvide calze di lana grigia sferruzzate da mia nonna che mi pungevano ed irritavano la pelle delle gambe già arrossata dai rigidi inverni delle montagne dove vivevo.
Avevo le scarpe ereditate da mia sorella maggiore Giuseppina, ma le mettevo solo in inverno per non rovinarle.
Non erano belle scarpe, ma solo una sorta di scarponcino nero alto alla caviglia, allacciato, senza tacco e fatto con una pelle durissima, così durava di più diceva il calzolaio Pietro, ma la verità era che era una pelle scadente, una pelle per i poveri.
Le avevo viste qualche volte le figlie del conte di Mantova quando venivano in villeggiatura sotto la Pietra di Bismantova. Belle scarpe morbide e leggere, di nappa o di rosso marocchino, coi bottoncini. Eleganti e femminili.
Era facile essere belle e leggiadre con belle scarpe così pregiate!
I piedini si muovevano con facilità, come danzando.
Io invece con le mie calze di lana ruvida, quegli scarponcini neri, duri e tanto cattivi che i piedi li spingevano, quasi li calciavano invece di camminaci dentro. Costretta ad aggiungere sui vestiti estivi una maglia di lana dai colori improbabili, riciclati da tanti gomitoli vecchi ricavati da maglioni passati negli anni di corpo in corpo e con uno sciarpone al collo per proteggermi la gola a cui ogni anno mia nonna aggiungeva qualche giro perchè crescevo e la sciarpa mi diventava corta.
E ogni anno si aggiungevano miscugli di colori diversi a seconda dei maglioni che si riusciva a disfare.
Avevo poco da mangiare e poco anche nella testa, ero più testarda che intelligente e proprio per questo ho fatto sempre quello che mi diceva mio padre, perchè era un uomo, ed era un uomo buono e io gli credevo.
Mi ha spiegato cosa doveva fare una donna e io non ho mai avuto dubbi.
Era il 1908 e per il mio 14° compleanno mi lasciò andare alla sagra di San Michele, mi avevano detto che lì ci si divertiva.
Ho visto e sentito cose che non avevo nemmeno mai immaginato : la giostrina colorata per i bambini, le mele caramellate sugli stecchini, le collane di nocciole infilate, il profumo di frittelle e di castagne arrosto.
Durante il tragitto a piedi mi son nascosta dietro un albero a fare la pipì e mi ricordo che da una casa vicina vedevo sventolare dalle corde tirate su un prato i panni lavati, stesi sotto al sole, bianchissimi e profumati di pulito, di sapone casalingo, tanto bianchi da abbagliare.
Mi sono avvicinata per guardare e poi mi son fatta coraggio e li ho toccati, da prima con timore solo sfiorando, poi con gesti più decisi. Erano freschi e leggermente umidi, svolazzavano col vento facendo il rumore delle bandiere e lì per la prima volta ho visto un paio di mutande da donna: bianchissime, di cotone leggero e col pizzo al fondo.
Allungai una mano, credo solo per toccarle, accarezzarle, scoprire se erano vere, scoprire se erano morbide come le camicie di bisso della contessa di Mantova o ruvide come le lenzuola del mio letto fatte con le strisce di canapa tessuta dal telaio di mia zia.
Quelle mutande!!!! Come erano morbide, lisce, profumate e leggere!!!
Nel toccarle si staccarono dalle mollette di legno che le tenevano alle corde, le avevo tra le mani…era come se si fossero donate a me, urlavano prendimi e indossami!!!
Mi guardai in giro per un attimo, non c’era nessuno. Per un momento il silenzio era talmente assoluto che mi sentii girare la testa dalla felicità.
Sganciai la spilla dall’inguine e le infilai, solo per provare mi dicevo con la testa, ma il mio cuore gridava tienile, erano lì per te, sono diventate tue!!!
Corsi alla sagra con quelle mutande e per una volta provai cosa vuol dire indossare qualcosa che ti accarezza la pelle con gentilezza, che coccola il tuo corpo e che ti sussurra sei bella e forse non sarai mai più così!
E per una volta non mi sentii in colpa per averle rubate, ma decisi però che le avrei prese solo in prestito e rimesse al loro posto di ritorno verso casa.
E poi non sarei mai potuta passare inosservata a casa mia con le mie sorelle, con mia madre e mia nonna…e soprattutto mai avrei potuto sostenere lo sguardo buono ed onesto di mio padre se mi avesse guardato come si guarda una ladra.
Sì le avrei riportate, ma non subito, alla sagra ci sarei andata con le mutande per non sentirmi così povera almeno per una volta!
Giravo da un po’ tra le bancarelle e la gente, non avevo che da guardare, annusare, ascoltare finchè sul selciato trovai un soldino. Poca cosa, ma mi servì per comprare una mela caramellata, la cosa più buona che avessi mai mangiato!
Fino a quel momento le avevo solo divorate con gli occhi invidiando il palato degli altri bambini, ma questa fiera tutta per me si stava rivelando davvero una giornata speciale!!
Era la mia giornata: le mutande, il soldino, la mela caramellata che mi si stava sciogliendo in bocca!!!
Forse mi emozionai troppo, forse la mela era avariata, forse non ero abituata a tanta felicità che me la feci addosso proprio in quelle belle mutande.
Scappai verso il torrente lì vicino, mi lavai e lavai le mutande che stesi su una roccia ad asciugare con un sasso sopra per non farle volare via.
Avrei voluto restare lì a sorvegliarle, ma mi sarei persa il resto della sagra, la processione e anche la Messa, non potevo non andare, lo avevo promesso a mio padre e sapevo che il parroco gli avrebbe riferito se non mi avesse vista.
Così, col cuore in frantumi, le lasciai lì, sarei passata al ritorno verso casa a riprenderle per riattaccarle al filo della prorietaria.
Tornai alla Sagra, la solita Maria con la spilla che tratteneva il sottoveste tra le coscie, povera come prima, ma con dei ricordi meravigliosi da raccontare.
Prima di sera mi incamminai verso casa, ma arrivata al sasso non trovai più le mutande, dopo tutto non ero di certo l’unica che girava senza da tutta la vita….
Qualche mese dopo mio padre mi mandò dal calzolaio per farmi risuolare le scarpe e mi innamorai.
Avevo appena compiuto 15 anni, lui ne aveva 18.
Mi disse che ero bella e che come me non ne aveva viste mai, forse perchè avevo gli occhi a mandorla neri e profondi e i capelli scurissimi come l’ala del corvo.
Lui invece era biondo e con gli occhi chiarissimi, mi piaceva e senza nemmeno sapere come, tra la paglia del fienile di suo zio sono rimasta incinta.
Ci siamo sposati come facevano tutti e stavamo sempre appiccicati, mi piacevano i suoi baci un po’ ruvidi per via dei suoi baffetti e le sue labbra sempre un po’ screpolate.
La mia bambina è nata a gennaio e suo fratello a dicembre dello stesso anno.
In paese la gente ridacchiava e mia madre mi spiegò che a stare sempre appiccicati va a finire così…
Allora quando mio marito mi si avvicinava gli dicevo che stavo male, oppure facevo finta di dormire, ma mi piacevano troppo i suoi baci e le sue carezze così il nostro terzo bambino è nato dopo 18 dal secondo e la mia quarta bambina dopo altri 18 mesi dal terzo.
Per più di quattro anni non ho fatto che allattare finchè la mia ultima bambina dopo pochi mesi ci ha lasciato. Una mattina alzandola dalla culla ho capito che era rimasto di lei solo un corpicino senza vita.
Ne fui dispiaciuta, ma nemmeno poi tanto perchè la morte era un’amica di tutti giorni a quei tempi e a casa dei poveri arrivava più di frequente. Io lo sapevo, come lo sapevano tutti quelli come me….
Il marito invece me lo ha portato via la Grande Guerra. E’ partito subito nel 1915 e non è più tornato.
Di lui mi rimane solo un baule di legno, con all’interno la sua foto in divisa dell’esercito italiano e la sua giacca di panno verde con un foro sul cuore.
Ho sognato tante volte di partire per Gorizia per andare a trovarlo. Lo raccontavo a tutti che ero andata, ma anche se non lo dicevano, non mi hanno mai creduta. Sapevano tutti che se anche fossi andata non lo avrei mai trovato, Gorizia era solo un luogo di guerra dei miei ricordi da cui mi arrivò l’unica cartolina che lui riuscì a scrivermi prima di morire. Solo quell’ultima e sola cartolina!
Da allora nessun uomo mai mi convinse a riprendere marito, nemmeno la povertà estrema in cui mi aveva lasciato la morte di mio marito mi fece cambiare idea.
Mio padre, che era un uomo buono, ci faceva mangiare da lui quando non avevamo più nulla e non si trovava altro nemmeno nei campi e nei boschi.
Poi il cavaliere Benito Mussolini, primo ministro del Regno, quel grand’uomo, ci ha dato la pensione a noi vedove di guerra e mi sono sentita proprio libera di stare solo coi miei figli.
Ho vissuto sempre col più piccolo e la sua famiglia.
Sono stata una madre rispettata, una suocera sopportata, e una nonna temuta e non mi sono mai annoiata.
Così sono passati i miei anni. Ho visto un’epidemia globale, un’altra guerra, matrimoni, battesimi, funerali.
In questo momento, l’ultimo, sono qui a stringere forte la tua mano, la vista mi si annebbia e la boccetta con l’acido borico con cui mi hai tamponato gli occhi fino a poco fa è ancora lì sul comodino.
Fino a qualche giorno fa ero io l’unica signora vestita di nero che girava per le stanze di questa casa, ma adesso la vedo, anche lei qui con me, la Suprema Signora vestita di nero adesso è qui per me.
Man mano che Lei si avvicina sento il mio respiro accorciarsi, farsi pesante a la mia gola chiudersi sempre di più.
E’ solo un attimo e con la tua mano anche la mia vita scivola via.
ACIDO BORICO
Brevi cenni informativi su questa sostanza che era molto usata dalle nostre nonne tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900.
L’acido borico è conosciuto fin dall’800 dove fu scoperto nelle miniere di Boron in California, come acido debole dalle utili proprietà antisettiche, insetticide e disinfettanti.
Era chiamato anche acido ortoborico ed è ottenuto mediante un processo di idratazione dell’anidride borica.
Viene anche prodotto da quelli che sono i minerali del borato mediante reazione con l’acido solforico.
E’ molto usato come disinfettante per la pelle e per gli occhi in soluzione cutanea.
Col tempo si arrivò a capire anche la sua efficacia a livello di assorbimento per via orale, poiché il composto si assimila facilmente, ma non senza numerosi episodi di sovradosaggio poiché veniva spesso usato come cura fai da te.
I suoi impieghi più efficaci sono per le ustioni minori, gli arrossamenti e le screpolature cutanee.
Si usa anche per la sua azione decongestionante e come disinfettante per il trattamento dell’acne.
Nel secolo scorso ed ancora oggi è molto usato per uso oftalmico per prevenire le infezioni oculari sia a causa di batteri, che di virus, che di altri agenti esterni dove l’acido borico può andare a migliorare sensibilmente la situazione.
Infatti il suo effetto è pressochè immediato ed ancora oggi è utilissimo per i lavaggi oculari.
Un altro impiego molto efficace è nella cura delle infezioni da Candida.
Le nostre nonne lo usavano anche sulle scottature solari e come rimedio per le punture di insetto proprio per il suo effetto al tempo stesso disinfettante e decongestionante.