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Canalizzazione del 11/09/2019

EMILIA

SONO SOLA,

ti cerco con gli occhi, ma mi accorgo che sono sopra al mio corpo.

Adesso so che qualunque cosa ti volessi dire rimarrà per sempre con me.

Ah se fossi stata un’altra donna!!!

Più coraggiosa, più capace di capire che poteva esserci una vita diversa anche per me.

Da viva non me lo sono nemmeno mai chiesto, eppure adesso capisco cosa vuol dire poter scegliere, avere una voce, esporre un’opinione.

Poter prendere un’altra strada…senza un marito, senza figli, senza un corpo sempre in altalena tra il sangue che viene e quella puzza che ti porti addosso, odore di tutto insieme, sangue denso, urina, sapone. E poi la tua pancia che cresce quando il sangue non viene più e tutti ti guardano con gioia e meraviglia come se tu fossi la madre di un miracolo che nemmeno hai cercato.

La pancia che cresce, il corpo che si ingrossa e perde le sue forme. Il latte che ti imbratta la camicia e le mammelle gonfie e bollenti, così calde a volte da confonderti il pensiero. E quell’odore onnipresente di latte caramellato e rigurgito acido e dei resti delle piccole cacche che olezzano dal pentolone dove far bollire le pezze dei bimbi.

A volte la rabbia mi assaliva così forte che non riuscivo nemmeno a respirare, ma tu eri nel letto a fianco a me che mi cercavi e mi reclamavi ogni notte.

I tuoi baffi mi graffiavano la faccia e io giravo il viso dall’altra parte perchè non volevo baciarti, ma non te ne accorgevi neppure, forse nemmeno ti importava. Ti sentivo ansimare sul mio collo mentre ti muovevi dentro il mio corpo sempre più forte.

Sono stata stupidamente felice a 16 anni, nei campi, col vento a scompigliarmi ed il sole a riscaldarmi. Mentre mi donavi un papavero il cuore mi batteva forte in gola. Lo sentivo intensamente vibrare in tutti il corpo, così come sentivo le tue mani che col fiore sfioravano le mie.

Mi sentivo così importante, così donna ad un tratto e non mi sono accorta che era tutta una trappola.

Era amore? Mi sembrava amore!!

Era un brivido di giovinezza che prepotente ti fa entrare nel mondo dei grandi, un mondo di una fatica senza fine.

Era amore?

Io questo non lo so, ma so che quando sono morta non avevo ancora 21 anni e portavo già dentro di me il nostro quarto figlio.

Dopo tre femmine sarebbe stato maschio, ma non lo saprai mai, lo porto via con me.

Forse sono morta un po’ per farti dispetto!

Non volevo andarci davvero da mia sorella che era ammalata, ma quando mi hai detto che andarci era da stupidi , mi hai convinta!

Allattavo la piccola Isa, non mi sarei di certo ammalata e potevo stare qualche giorno lontana, libera almeno la notte senza il tuo fiato sul collo.

Ma la libertà non esiste per le donne come me e tu me l’hai fatta anche stavolta…

Il bambino che mi hai messo dentro e di cui non sapevo nulla, mi ha resa vulnerabile e mi sono ammalata anche io.

Nel nostro letto con la febbre alta ho lottato per un po’, ho visto mia madre che mi accudiva e ho ripensato a quando mi diceva :”figlia mia come sei bella con la pancia! Goditi questi begli anni perchè presto arrivano i capelli bianchi e i calori!”

Allora mi son detta che me ne potevo anche andare, in fin dei conti non era poi una gran vita…

Gli ultimi ricordi lucidi che ho sono delle nostre figlie: Wilma talemente famelica da mangiarsi continuamente anche le ciocche dei capelli, Maria la più sciocchiana che canticchia e saltella tutto il giorno e la piccola Isa che mi succhia anche quell’anima che forse non ho mai avuto.

La più grossa catastrofe del ‘900 si chiamava Spagnola.

Anche se le statistiche dell’epoca non sono affidabili si stima che tra il 1918 ed il 1920 ci furono tra i 50 ed i 100 milioni di morti per quella che sembrava solo un’influenza, su una popolazione mondiale che allora era di poco inferiore ai 2 miliardi di persone.

Si tratta dell’influenza Spagnola.

Persino il numero di morti della Grande Guerra che stava finendo proprio quando l’epidemia iniziò non fece così tanti morti, appena 17 milioni. Una cifra enorme, ma non se paragonata a quella dell’epidemia che seguì.

Il virus che la causò fu denoninato H1N1 ed iniziò nella primavera del 1918 ed ebbe il suo picco nell’autunno di quello stesso anno.

La diffusione del virus avvenne soprattutto attaverso le navi ed arrivò anche nei più remoti luoghi del pianeta.

Anche se non è univoca la teoria sull’origine geografica di questa pandemia, si sa però che fu chiamata Spagnola poiché i primi e riportare della sua esistenza furono i giornali spagnoli.

Questa epidemia fu anomala anche nella tipologia delle sue vittime poiché colpiva per lo più giovani adulti, sani prima di contrarre il virus e dava febbre alta, cianosi e tosse con sangue, chi veniva contagiato moriva nella stragrande maggioranza nel giro di pochi giorni.

Purtroppo a quei tempi la medicina non aveva ancora scoperto gli antibiotici e le popolazioni erano per lo più indebolite dalla malnutrizione e dalla Grande Guerra.

Nonostante questo però spagnola non ha risparmiato nemmeno personaggi illustri quali il filosofo Max Weber, il poeta Guillaume Apollinaire, i pittori Egon Schiele e Gustav Klimt.

Questa pandemia cambiò il mondo anche se a posteriori quando si pensa alle peggiori catastrofi del ‘900 si pensa alle guerre ed è incredibile come sia stato quasi dimenticato un evento che fece così tanti miloni di morti in così poco tempo!



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Canalizzazione del 22/09/2018

Teresa

Com’è stata difficile e pesante la mia vita!

La cosa di cui ho sentito di più la mancanza è stato non poter comunicare con gli altri davvero.

La mia famiglia di origine era così povera che nemmeno i pensieri si azzardavano a pensare dalla paura di doverli pagare.

Si pensava ogni giorno a come poter fare per mangiare e quello che mangiava di più si sentiva in colpa nei confronti degli altri se sottraeva un po’ della loro parte di cibo.

Poi da ragazzi io e mio fratello più piccolo abbiamo preso una nave e siamo andati via.

E’ stata una decisione veloce, lui mi ha detto :”Vuoi venire?”. Non gli ho nemmeno chiesto dove, ogni posto era un tentavo migliore di quello dove stavamo allora.

Erano gli anni ’50, avevo 18 anni e mio fratello 16 e dopo giorni eterni di navigazione siamo sbarcati dall’altro capi del mondo in un paese che non sapevo nemmeno esistesse.

Abbiamo chiesto ad un prete se c’erano lavori che potevamo fare ed un posto dove stare, non era un prete cattolico, era un pastore anglicano, ma ci ha aiutati lo stesso.

Mio fratello è andato in una fabbrica di attrezzature per l’agricoltura e io sono andata in una tavola calda e siccome non sapevo la lingua mi hanno mandato in cucina dove per lo più facevo panini spalmando di burro centinaia di fette di pane al giorno e le pulizie che per fare quello non serviva parlare con nessuno.

Io preferivo stare zitta, per capire le persone mi bastava un loro sguardo, mi bastavano i gesti, il tono della voce.

Lì passavano tanti uomini che venivano a mangiare, la mattina prima del lavoro a fare colazione, poi qualcuno a pranzo, oppure si facevano fare un sandwich da portare via e poi in generale tornavano la sera per la cena.

Molti di loro bevevano alcoolici e birra a fiumi e si ubriacavano, allora bisognava stare attente ed evitarli.

Io per foruna avevo sempre vicino mio fratello e in poco tempo si era sparsa la voce che ero una brava ragazza italiana, allora mi lasciavano stare.

Ho imparato presto a fare il club-sandwich, il bacon croccante, le uova strapazzate ed i fagioli in umido e fiumi di caffè lungo come l’Isonzo, ma i lavoratori per lo più operai e pescatori quello volevano da mangiare a colazione e spesso anche a cena perchè non erano così ricchi da poter pagare per una bella bistecca o per lo stufato di agnello.

C’erano anche tante mucche e pecore, ma c’era un solo formaggio che chiamavano cheddar, era di un giallo molto intenso e lo facevamo a fettine per metterlo nei sandwich oppure sopra le uova, o anche sopra le bistecche macinate che mettevamo dentro ai panini di quelli più affamati.

Era tutto semplice, era tutto sempre uguale, a parte le persone, infatti era pieno di gente che arrivava da ogni parte della terra, in un posto così lontano che ognuno poteva portare qualcosa del proprio mondo e farlo diventare un pezzetto del mondo nuovo di tutti gli altri.

Il ricordo più bello che ho è quello del mare, le spiagge di sabbia bianca mi ricordavano quelle della mia regione in Italia, ma qui il mare non era una laguna, il mare era un oceano, il mare era infinito, era un orizzonte che non potevi definire tutto nemmeno con lo sguardo.

Poco a poco ho imparato anche io la lingua del posto, semplicemente, per lo più ad orecchio, ma mi bastava perchè io parlavo poco.

Ogni tanto con mio fratello ci chiedevamo cosa ci avrebbe riservato il futuro, ma io per me non pensavo a nulla di importante, mi sembrava di avere sempre un fardello sul cuore dal giorno della mia nascita e anche se alcuni giorni erano più sereni, il senso di pesantezza non è mai andato via del tutto dalla mia vita.

Però in quel nuovo paradiso terrestre mi sentivo più al sicuro, mangiavo bene ogni giorno, vedevo tanta gente venuta da terre lontane, da ogni parte del pianeta, ritrovavo la speranza nel domani, avevo nuovi sogni e nuovi progetti in cui credere.

Questa nuova aria che respiravo ogni giorni, così nuova e diversa, leggera, tiepida e frizzante a poco a poco ha contagiato anche me.

Sono diventata più allegra e fiduciosa, quasi spensierata.

Ho cominciato a rispondere ai ragazzi carini che mi rivolgevano la parola, son diventata un po’ più sicura di me stessa e anche a lavorare i padroni mi hanno dato in mano la cucina. Ormai avevo imparato bene la maggior parte delle ricette.

Lì la cucina era più semplice che nella mia regione in Italia, ma per me non era un problema perchè eravamo tanto poveri che le cose buone del mio paese non le avevo mai mangiate. Ne sentivo parlare da altri e a volte sentivo i profumi quando c’erano le sagre di paese. Profumi che erano più buoni di quelli di casa mia, come quello delle castagne arrosto o delle pere essiccate.

A casa mia tutto aveva l’odore della fuliggine ed il sapore stantio della povertà delle famiglie numerose che avevano un pezzetto di terra in un posto così impervio, freddo, sassoso da non dar loro frutti a sufficienza per sfamare tutta la famiglia.

In 18 anni non avevo mai magiato una fetta di prosciutto di San Daniele, piuttosto a casa mia si mangiava il lardo, i kipferl di patate fritti nello strutto e qualche volta se c’erano ancora delle mele o pere essiccate le grattugiavamo, diventavano come zucchero e così i kipfel li potevamo mangiare dolci e poi polenta, tanta polenta con latte e castagne.

Quando tornavo da scuola facevo la strada per il bosco, a volte ero fortunata e riuscivo a trovare dei funghi e dei mirtilli, delle fragoline di bosco e poi mele e pere o nocciole selvatiche, more di rovo, anche le ortiche andavano bene a fine aprile o maggio quando le foglie erano ancora tenere e chiare.

Adesso però non sentivo più questo perenne nodo allo stomaco, come un crampo continuo che mi faceva capire la mia povertà anche quando la mia testa sognava un mondo di abbondanza.

Qui nel nuovo mondo avevo trovato anche di più di quanto potevo mai immaginare prima di partire.

Due anni più tardi ho conosciuto un ragazzo mingherlino dal nome strano e dagli occhi neri come la pece.

Io mi ero irrobustita, ero una ragazza mora e florida, poco più alta di lui e decisamente prosperosa. Eppure nonostante la disparità fisica il suo sguardo profondo mi dava sicurezza e anche lui come me parlava poco, ci capivamo coi gesti e con gli sguardi: questo pensavo allora, ma col tempo ho capito che eravamo due pianeti paralleli le cui orbite non si sarebbero mai incrociate veramente.

E’ stato comunque bello sposarsi, avere dei figli, una casa tutta nostra, assaporare la sicurezza della nostra posizione nella società del nuovo mondo che stavamo costruendo anche noi con le nostre vite.

Ho avuto 4 figli, 3 femmine ed un maschio, sono riuscita a farli studiare tutti, ognuno seguendo quello che voleva fare.

Io e mio marito invece abbiamo aperto una caffetteria tutta nostra, io col tempo ho imparato bene il mestriere e lui, che al suo paese era un militare, non voleva più imbracciare le armi ed è stato ben felice di mettersi a fare il barista, rifocillare i clienti e ascoltare gli spezzoni della loro vita che ogni giorno raccontavano.

Così è passata la mia vita e finchè i miei figli erano piccoli non mi sono mai accorta di quanto poco parlavamo di noi, di quello che sentivamo.

Un giorno, non so nemmeno più per quale motivo mi sono accorta che le mie figlie erano gelose ed invidiose una dell’altra, non volevano condividere nulla ed ogni piccola cosa era un pretesto per cui litigare ogni giorno.

Il mio figlio maschio era un ragazzo tranquillo, silenzioso ed ombroso.

Andava d’accordo solo con la mia secondogenita, forse perchè entrambi passavano periodi in famiglia di mutismo assoluto.

Ho capito che anche l’esempio che avevamo dato loro io e mio marito li aveva fatti diventare così. Noi non ci parlavamo mai se non per discutere di cose pratiche. Non ci siamo mai abbracciati o baciati in pubblico, non ci siamo mai scambiati gesti carini, ne’ parole gentili.

Quelle poche volte che abbiamo litigato mio marito alzava la voce ed urlava, poi usciva sbattendo la porta e io piangevo senza reagire più di tanto e credevo davvero con tutto il cuore che fosse il modo giusto di comportarsi: un bel pianto e passava tutto!

Mio marito è morto prima di me, non abbiamo avuto nipotini e non abbiamo nemmeno imparato a parlarci, ma ho fatto quello che potevo e son morta con la coscienza tranquilla.

Ho preso consapevolezza con la morte che tutto questo mi aveva portato ad una solitudine interiore infinita, ma ormai era troppo tardi….

Per un po’ ho vagato senza corpo, non so per quanto, qui il tempo non esiste!

Ho esplorato il mio nuovo mondo, ho accarezzato con tutto il cuore le persone care che ho lasciato e poi ho fatto un giro anche nel paese dove sono nata appena in tempo per accorgermi che stavi per perdere uno degli orecchini che la mia secondogenita ti aveva regalato.

Chissà perchè li portavi con te visto che non te li metti mai?!

Era un’occasione unica ed è stato bello farti girare lo sguardo verso terra con una carezza invisibile e catturare coi tuoi occhi l’immagine di quel piccolo pezzettino di oro e madreperla del nuovo mondo che ci legherà per sempre anche se non ci siamo mai conosciute.

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Canalizzazione del 24/05/2020

CONO E IL CANE CARLO

Sentivo che la mia ora si avvicinava, ma non avevo paura.

Piuttosto ero stanco di vivere.

La mia vita si era compiuta, avevo esaudito quasi tutti i miei desideri ed ero consapevole che non avrei avuto altri regali.

Ormai era tutto faticoso, il mio corpo era diventato un peso ingombrante che a stento trascinavo sulle gambe.

Tutte quelle belle illusioni che mi avevano accompagnato negli anni passati, non me le riuscivo più a raccontare.

Sono stato giovane negli anni della speranza, ho vissuto il boom economico, ma ho conosciuto anche la povertà, la fame, il desiderio di tutto.

Ho vissuto sempre nel presente, facendo progetti solo quando ero sicuro di poterli realizzare.

Sono andato quasi sempre sul sicuro e quando sono arrivate le sorprese inaspettate le ho accolte come un dono, quando invece erano imprevisti li ho affrontati facendo finta che non fosse successo niente, perchè nella vita, a parte la morte, tutto passa!

Sono nato al sud, ultimo di 9 figli, in una modesta famiglia di campagna.

Mia madre decideva tutto lei per tutti, mio padre si annegava nel vino, nelle carte e nel dolce far niente.

Odiavo quella vita!

Il suo odore pungente di campagna, di paglia e fieno, di sterco che si disfa sotto al sole, di frutta marcia caduta sulla strada.

Suoni fastidiosi. Il belare insistente delle pecore e i miei piedi nudi e pieni di calli che non potevo coprire nemmeno d’inverno….

Mi ricordo che avevo sempre fame, ma non solo di cibo, avevo fame anche si sapere, di poesia, di letteratura, di belle parole, di libertà, di una vita diversa.

A 17 anni mi sono arruolato.

Son venuto via dal paese in corriera e poi col treno fino a Roma.

Quando sono arrivato ho mandato una cartolina a casa dicendo che non sarei tornato e non me ne sono mai pentito.

Ho fatto tutto quello che potevo per diventare un uomo rispettato e di successo e per avere una famiglia stabile e una carriera sicura con la divisa.

Mi son tolto giorno per giorno tutta la fame che avevo e i segni di tutto questo li ho avuti addosso fino alla fine, ma non importa, era più importante riempire il vuoto ed essere padrone della mia vita.

Quando ho sentito che la morte stava arrivando mi sono lasciato andare in lei. E’ stato un momento dolce, quasi impercettibile.

L’ho vista negli occhi del mio nipotino che mi guardava mentre si indaffarava su di me e ho capito che era arrivato il momento di andare, io ero pronto.

La vita va vissuta fino in fondo, senza rimpianti e senza paura.

Ogni tanto qualcuno di voi mi chiama, sente la mia mancanza e io la sua paura e la sua nostalgia. Allora cerco di gridare forte anche se so che non mi sentite:

“Non avere paura, la soluzione di tutto è sempre dentro di te.

Stai serena e ricordati di me.

Comprati un cane che ti protegga, chiamalo Carlo e portami per sempre nel tuo cuore!”

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Canalizzazione del 15/04/2017

ANNA

NO, non è stata l’amante di mio marito, lui non mi ha mai tradito, non avrebbe mai osato farlo.

E poi per trovare cosa, un letto appena tiepido?!!!

E non è stato nemmeno il mio amante!!! Perchè io sì che ne ho avuti tanti di amanti….

Li ho presi e li ho lasciati.

Ho deciso sempre tutto io.

Non mi avrebbero mai fatto del male!

Con me si animavano di un soffio vitale che solo io potevo regalare loro e quando li lasciavo, anche se lo portavo via con me, erano contenti lo stesso per essersi sentiti almeno una volta finalmente vivi.

A loro rimaneva la meraviglia dei nostri giorni insieme: intensi, unici,irripetibili…

Non sono stata una donna comune, lo avrete capito e la mia vita era una vita piena di luce, di lustro.

Ho vissuto sempre intensamente, come mi ha insegnato mio padre: prendendo sempre tutto ciò che volevo!

Ho fatto dei miei desideri lo scopo della mia vita perchè io avevo tutto per vivere così!

Ero ricca, bella, brillante, intelligente, colta, ma soprattutto determinata e prepotente.

Nessuno ha mai osato contraddirmi.

Sono venuta qui per parlare della mia morte, anche se non ne ho molta voglia, mi disturba…una donna come me, ammazzata così, senza stile.

Ancora non ci posso credere, ancor meglio, non lo posso accettare.

Non è stata nemmeno la moglie del mio amante!

Tutte quelle storielle che sono state raccontate per anni sul mio amante, su sua moglie che come una donnetta di periferia mi spara così, sotto casa mia e proprio il giorno che avevo lasciato suo marito!!

Ce l’aveva col marito, questo sì lo sapevo, era gelosa, lo aveva anche cacciato di casa per questo…

Io però non duravo mai per tanto tempo con nessuno, anche se facevo sul serio, li amavo, a modo mio, ero travolta e li travolgevo, ma, poco prima di annoiarmi me ne andavo, li lasciavo, svoltavo via veloce.

Non ho mai sopportato le tragedie, ne’ le storie che si trascinano.

La mia vita era già quasi perfetta anche senza altri uomini e alla fine poi non mi interessavano gli uomini, ma la storia, l’eccitazione, l’intrigo, il senso del proibito, l’avere un tresca , un segreto e sempre con qualcuno con cui condividevo un progetto.

Vivevo così!

Così sicura di me che non mi ha mai sfiorato l’idea che qualcuno se la prendesse con me e mi facesse morire ammazzata in quel modo…di fianco ad una macchinetta di servizio, con le pasterelle ancora sul sedile…

Due mentecatti che non sapevano nemmeno sparare, tanto che quando sono caduta sotto al primo colpo, ranicchiata pensando di proteggermi, per spararmi alle gambe mi hanno colpita alla testa.

Tutto quel sangue che sporcava il cortile, rosso, caldo, sempre più denso e scuro e così appiccicoso…sono finita così, in mezzo al sangue, alle bugie, agli intrighi e agli equivoci, ai pettegolezzi di palazzo come in un romanzo scritto male.

Una luce, la mia luce, che si spegne in mezzo al sangue…..e così sono tornata…solo qualche minuto per dirvi com’è andata: credetemi meritavo di più!!!

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Canalizzazione del 11/09/2019

MARIA

Come sei lontana…tienimi la mano! E in un secondo non ti vedo più….

Pensavo di ingannare la morte tenendo la tua giovane mano avvinghiata alla mia, ma il corpo rimane mentre l’anima vola via.

Non ero stanca di vivere anche se mi sentivo molto vecchia.

Ho messo insieme tanti giorni tutti uguali per tanti anni, ma ho vissuto bene, senza fatica, senza responsabilità. Ho pensato prima a me: è quanto basta!

Eravamo molto poveri.

Quando ero bambina avevo solo un vestitino bianco di cotone e una sottoveste che agganciavo in mezzo alle coscie con una spilla al posto delle mutande.

Poi d’inverno mettevo delle ruvide calze di lana grigia sferruzzate da mia nonna che mi pungevano ed irritavano la pelle delle gambe già arrossata dai rigidi inverni delle montagne dove vivevo.

Avevo le scarpe ereditate da mia sorella maggiore Giuseppina, ma le mettevo solo in inverno per non rovinarle.

Non erano belle scarpe, ma solo una sorta di scarponcino nero alto alla caviglia, allacciato, senza tacco e fatto con una pelle durissima, così durava di più diceva il calzolaio Pietro, ma la verità era che era una pelle scadente, una pelle per i poveri.

Le avevo viste qualche volte le figlie del conte di Mantova quando venivano in villeggiatura sotto la Pietra di Bismantova. Belle scarpe morbide e leggere, di nappa o di rosso marocchino, coi bottoncini. Eleganti e femminili.

Era facile essere belle e leggiadre con belle scarpe così pregiate!

I piedini si muovevano con facilità, come danzando.

Io invece con le mie calze di lana ruvida, quegli scarponcini neri, duri e tanto cattivi che i piedi li spingevano, quasi li calciavano invece di camminaci dentro. Costretta ad aggiungere sui vestiti estivi una maglia di lana dai colori improbabili, riciclati da tanti gomitoli vecchi ricavati da maglioni passati negli anni di corpo in corpo e con uno sciarpone al collo per proteggermi la gola a cui ogni anno mia nonna aggiungeva qualche giro perchè crescevo e la sciarpa mi diventava corta.

E ogni anno si aggiungevano miscugli di colori diversi a seconda dei maglioni che si riusciva a disfare.

Avevo poco da mangiare e poco anche nella testa, ero più testarda che intelligente e proprio per questo ho fatto sempre quello che mi diceva mio padre, perchè era un uomo, ed era un uomo buono e io gli credevo.

Mi ha spiegato cosa doveva fare una donna e io non ho mai avuto dubbi.

Era il 1908 e per il mio 14° compleanno mi lasciò andare alla sagra di San Michele, mi avevano detto che lì ci si divertiva.

Ho visto e sentito cose che non avevo nemmeno mai immaginato : la giostrina colorata per i bambini, le mele caramellate sugli stecchini, le collane di nocciole infilate, il profumo di frittelle e di castagne arrosto.

Durante il tragitto a piedi mi son nascosta dietro un albero a fare la pipì e mi ricordo che da una casa vicina vedevo sventolare dalle corde tirate su un prato i panni lavati, stesi sotto al sole, bianchissimi e profumati di pulito, di sapone casalingo, tanto bianchi da abbagliare.

Mi sono avvicinata per guardare e poi mi son fatta coraggio e li ho toccati, da prima con timore solo sfiorando, poi con gesti più decisi. Erano freschi e leggermente umidi, svolazzavano col vento facendo il rumore delle bandiere e lì per la prima volta ho visto un paio di mutande da donna: bianchissime, di cotone leggero e col pizzo al fondo.

Allungai una mano, credo solo per toccarle, accarezzarle, scoprire se erano vere, scoprire se erano morbide come le camicie di bisso della contessa di Mantova o ruvide come le lenzuola del mio letto fatte con le strisce di canapa tessuta dal telaio di mia zia.

Quelle mutande!!!! Come erano morbide, lisce, profumate e leggere!!!

Nel toccarle si staccarono dalle mollette di legno che le tenevano alle corde, le avevo tra le mani…era come se si fossero donate a me, urlavano prendimi e indossami!!!

Mi guardai in giro per un attimo, non c’era nessuno. Per un momento il silenzio era talmente assoluto che mi sentii girare la testa dalla felicità.

Sganciai la spilla dall’inguine e le infilai, solo per provare mi dicevo con la testa, ma il mio cuore gridava tienile, erano lì per te, sono diventate tue!!!

Corsi alla sagra con quelle mutande e per una volta provai cosa vuol dire indossare qualcosa che ti accarezza la pelle con gentilezza, che coccola il tuo corpo e che ti sussurra sei bella e forse non sarai mai più così!

E per una volta non mi sentii in colpa per averle rubate, ma decisi però che le avrei prese solo in prestito e rimesse al loro posto di ritorno verso casa.

E poi non sarei mai potuta passare inosservata a casa mia con le mie sorelle, con mia madre e mia nonna…e soprattutto mai avrei potuto sostenere lo sguardo buono ed onesto di mio padre se mi avesse guardato come si guarda una ladra.

Sì le avrei riportate, ma non subito, alla sagra ci sarei andata con le mutande per non sentirmi così povera almeno per una volta!

Giravo da un po’ tra le bancarelle e la gente, non avevo che da guardare, annusare, ascoltare finchè sul selciato trovai un soldino. Poca cosa, ma mi servì per comprare una mela caramellata, la cosa più buona che avessi mai mangiato!

Fino a quel momento le avevo solo divorate con gli occhi invidiando il palato degli altri bambini, ma questa fiera tutta per me si stava rivelando davvero una giornata speciale!!

Era la mia giornata: le mutande, il soldino, la mela caramellata che mi si stava sciogliendo in bocca!!!

Forse mi emozionai troppo, forse la mela era avariata, forse non ero abituata a tanta felicità che me la feci addosso proprio in quelle belle mutande.

Scappai verso il torrente lì vicino, mi lavai e lavai le mutande che stesi su una roccia ad asciugare con un sasso sopra per non farle volare via.

Avrei voluto restare lì a sorvegliarle, ma mi sarei persa il resto della sagra, la processione e anche la Messa, non potevo non andare, lo avevo promesso a mio padre e sapevo che il parroco gli avrebbe riferito se non mi avesse vista.

Così, col cuore in frantumi, le lasciai lì, sarei passata al ritorno verso casa a riprenderle per riattaccarle al filo della prorietaria.

Tornai alla Sagra, la solita Maria con la spilla che tratteneva il sottoveste tra le coscie, povera come prima, ma con dei ricordi meravigliosi da raccontare.

Prima di sera mi incamminai verso casa, ma arrivata al sasso non trovai più le mutande, dopo tutto non ero di certo l’unica che girava senza da tutta la vita….

Qualche mese dopo mio padre mi mandò dal calzolaio per farmi risuolare le scarpe e mi innamorai.

Avevo appena compiuto 15 anni, lui ne aveva 18.

Mi disse che ero bella e che come me non ne aveva viste mai, forse perchè avevo gli occhi a mandorla neri e profondi e i capelli scurissimi come l’ala del corvo.

Lui invece era biondo e con gli occhi chiarissimi, mi piaceva e senza nemmeno sapere come, tra la paglia del fienile di suo zio sono rimasta incinta.

Ci siamo sposati come facevano tutti e stavamo sempre appiccicati, mi piacevano i suoi baci un po’ ruvidi per via dei suoi baffetti e le sue labbra sempre un po’ screpolate.

La mia bambina è nata a gennaio e suo fratello a dicembre dello stesso anno.

In paese la gente ridacchiava e mia madre mi spiegò che a stare sempre appiccicati va a finire così…

Allora quando mio marito mi si avvicinava gli dicevo che stavo male, oppure facevo finta di dormire, ma mi piacevano troppo i suoi baci e le sue carezze così il nostro terzo bambino è nato dopo 18 dal secondo e la mia quarta bambina dopo altri 18 mesi dal terzo.

Per più di quattro anni non ho fatto che allattare finchè la mia ultima bambina dopo pochi mesi ci ha lasciato. Una mattina alzandola dalla culla ho capito che era rimasto di lei solo un corpicino senza vita.

Ne fui dispiaciuta, ma nemmeno poi tanto perchè la morte era un’amica di tutti giorni a quei tempi e a casa dei poveri arrivava più di frequente. Io lo sapevo, come lo sapevano tutti quelli come me….

Il marito invece me lo ha portato via la Grande Guerra. E’ partito subito nel 1915 e non è più tornato.

Di lui mi rimane solo un baule di legno, con all’interno la sua foto in divisa dell’esercito italiano e la sua giacca di panno verde con un foro sul cuore.

Ho sognato tante volte di partire per Gorizia per andare a trovarlo. Lo raccontavo a tutti che ero andata, ma anche se non lo dicevano, non mi hanno mai creduta. Sapevano tutti che se anche fossi andata non lo avrei mai trovato, Gorizia era solo un luogo di guerra dei miei ricordi da cui mi arrivò l’unica cartolina che lui riuscì a scrivermi prima di morire. Solo quell’ultima e sola cartolina!

Da allora nessun uomo mai mi convinse a riprendere marito, nemmeno la povertà estrema in cui mi aveva lasciato la morte di mio marito mi fece cambiare idea.

Mio padre, che era un uomo buono, ci faceva mangiare da lui quando non avevamo più nulla e non si trovava altro nemmeno nei campi e nei boschi.

Poi il cavaliere Benito Mussolini, primo ministro del Regno, quel grand’uomo, ci ha dato la pensione a noi vedove di guerra e mi sono sentita proprio libera di stare solo coi miei figli.

Ho vissuto sempre col più piccolo e la sua famiglia.

Sono stata una madre rispettata, una suocera sopportata, e una nonna temuta e non mi sono mai annoiata.

Così sono passati i miei anni. Ho visto un’epidemia globale, un’altra guerra, matrimoni, battesimi, funerali.

In questo momento, l’ultimo, sono qui a stringere forte la tua mano, la vista mi si annebbia e la boccetta con l’acido borico con cui mi hai tamponato gli occhi fino a poco fa è ancora lì sul comodino.

Fino a qualche giorno fa ero io l’unica signora vestita di nero che girava per le stanze di questa casa, ma adesso la vedo, anche lei qui con me, la Suprema Signora vestita di nero adesso è qui per me.

Man mano che Lei si avvicina sento il mio respiro accorciarsi, farsi pesante a la mia gola chiudersi sempre di più.

E’ solo un attimo e con la tua mano anche la mia vita scivola via.

ACIDO BORICO

Brevi cenni informativi su questa sostanza che era molto usata dalle nostre nonne tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900.

L’acido borico è conosciuto fin dall’800 dove fu scoperto nelle miniere di Boron in California, come acido debole dalle utili proprietà antisettiche, insetticide e disinfettanti.

Era chiamato anche acido ortoborico ed è ottenuto mediante un processo di idratazione dell’anidride borica.

Viene anche prodotto da quelli che sono i minerali del borato mediante reazione con l’acido solforico.

E’ molto usato come disinfettante per la pelle e per gli occhi in soluzione cutanea.

Col tempo si arrivò a capire anche la sua efficacia a livello di assorbimento per via orale, poiché il composto si assimila facilmente, ma non senza numerosi episodi di sovradosaggio poiché veniva spesso usato come cura fai da te.

I suoi impieghi più efficaci sono per le ustioni minori, gli arrossamenti e le screpolature cutanee.

Si usa anche per la sua azione decongestionante e come disinfettante per il trattamento dell’acne.

Nel secolo scorso ed ancora oggi è molto usato per uso oftalmico per prevenire le infezioni oculari sia a causa di batteri, che di virus, che di altri agenti esterni dove l’acido borico può andare a migliorare sensibilmente la situazione.

Infatti il suo effetto è pressochè immediato ed ancora oggi è utilissimo per i lavaggi oculari.

Un altro impiego molto efficace è nella cura delle infezioni da Candida.

Le nostre nonne lo usavano anche sulle scottature solari e come rimedio per le punture di insetto proprio per il suo effetto al tempo stesso disinfettante e decongestionante.

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Il Cammino dell’Anima

Perchè siamo su questa terra, qual è il nostro percorso, lo scopo della nostra vita?

Noi siamo un’anima incarnata in un corpo, un’anima che ha bisogno di fare esperienza terrena e corporea. Di provare dolore e gioia, di vedere il buio e la luce, il bene ed il male, ma soprattutto di fare delle scelta personali per decidere da che parte andare.

Veniamo al mondo con una esperienza pregressa che non ricordiamo, attraverso altre vite, ed in base a ciò che decidiamo di sperimentare per evolverci, nella nostra nuova vita assumiano una fisionomia e nasciamo in un determinato posto, con quei genitori ed in quell’epoca. Questo accade attraverso molte vite partendo da esperienze più materiali ed egoiche e via via, in base alle nostre scelte, verso esperienze più collaborative ci indirizziamo all’Amore incondizionato.

Ovviamente non è sempre tutto così automatico, perchè a volte le anime decidono che non si vogliono impegnare per migliorare verso l’Amore, quindi accade che, come se si andasse a scuola, si è bocciati e si rinasce nella stessa dimensione, in situazioni analoghe per avere la possibilità nuovamente di imparare ed evolvere.

Questo è solo un breve riassunto che introduce ad un argomento che tratto spesso con i miei clienti, quindi se senti forte il bisogno di chiarire in te questo aspetto della tua interiorità e dell tua esistenza, CHIAMAMI e lo affrontiamo insieme.